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Bastille – Wild World: la recensione di Ziomuro Reloaded

È successo qualcosa di piuttosto bizzarro la quarta volta che ho ascoltato, con maggiore attenzione, Wild World dei Bastille: gran parte delle canzoni che mi sembravano funzionare fin da subito si sono rivelate in realtà molto più complesse di quello che ricordassi, il che mi ha portato indubbiamente a fare ricerche più approfondite su un disco che, da certi punti di vista, mi ha davvero spiazzato.

Siamo di fronte, e su questo non ci piove, ad uno dei migliori lavori del 2016 in assoluto: Wild World è, proprio detta in due righe, un album pop fortemente influenzato dal rock che parla di un mondo malato e selvaggio, dove regnano la violenza, la legge del più forte e dove le relazioni, sociali ed amorose sono costantemente messe in discussione. Dan Smith, il leader della band, ha lavorato non soltanto ai vocals delle canzoni (e che voce, ragazzi) ma anche a tutti i testi (14+5, nella versione completa) che compongono il progetto, dimostrando così ancora una volta delle notevoli capacità compositive.

Le canzoni di Wild World, che si posiziona in un genere indefinibile fra il pop e il rock con vaghissimi richiami al folk (nel ritornello di Lethargy) e all’elettronica (An act of kindess, dedicata alle piccole grandi azioni umane che possono fare la differenza) raccontano con abili giochi di parole e/o citazioni gli aspetti inquietanti dell’esistenza umana senza però risultare pesanti: il rischio di un disco con un tema portante è sempre un po’ quello di annoiare, mentre in Wild World si può parlare di violenza e lotte armate (Blame) o dubbi esistenziali (Snake) con un’orecchiabilità a tratti clamorosa, e scusate se è poco!

Non tutte le canzoni sono dei capolavori (non ho compreso, per esempio, dove volessero andare a parare Good Grief o Send them off!, per puro gusto personale) ma al momento giusto Dan Smith e compagni sono comunque capaci di lasciarti senza fiato fin dal primissimo play: ho in questo senso adorato The Currents e Glory, due pezzi tanto immediati quanto pieni di significati e sfumature testuali varie ed eventuali (la prima, per esempio, tratta di quale possa essere l’influenza delle opinioni grette e bigotte su di noi).

Un discorso a parte va infine fatto per il vero gioiello del disco, Fake it, una “grower” al 100% che concentra in sé gran parte di quello che l’album vuole trasmettere, sia da un punto di vista musicale sia da un punto di vista metaforico: vogliamo ancora continuare a prenderci in giro, fingendo che vada tutto bene? Mentire a noi stessi può davvero essere una cura?

In un mondo che si esalta come niente per canzoni facili e allo stesso tempo estremamente prevedibili, il disco dei Bastille è in sostanza un’isola felice, costruita a partire da un pop diretto e piacevole, capace però di rimettere in discussione le tue certezze anche quando pensi di averlo già consumato a dovere. Intrigante è, in sostanza, un aggettivo con il quale si potrebbe ben riassumere questa oretta mezza di (ottima) musica.

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  1. Good Grief
  2. The Currents
  3. An Act Of Kindness
  4. Warmth
  5. Glory
  6. Power
  7. Two Evils
  8. Send Them Off!
  9. Lethargy
  10. Four Walls (The Ballad of Perry Smith)
  11. Blame
  12. Fake It
  13. Snakes
  14. Winter Of Our Youth
  15. Way Beyond
  16. Oil On Water
  17. Campus
  18. Shame
  19. The Anchor

 

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