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Lady Gaga – The Fame Monster: la recensione di Ziomuro Reloaded

Esistono essenzialmente due versioni della copertina di Monster, il secondo disco/EP di Lady Gaga: la prima, e forse la più conosciuta, presenta Lady Gaga con indosso un lungo cappotto nero lucido (un “jet black”, se vogliamo utilizzare un termino caro ad Apple) il cui colletto le copre metà volto; la seconda, quella che ho scelto per questo articolo, ci presenta una Mother Monster più sofferente e delicata, con due lunghe lacrime scure che le solcano il viso e un’espressione da Maria Maddalena penitente. Entrambe le immagini ben rappresentano le atmosfere “malate” di un disco che avrebbe definitivamente consacrato Lady Gaga come nuova ideale principessa del pop mondiale.

Ho deciso di concentrarmi sulle 8 tracce che vanno a completare il già validissimo The Fame perché credo che i tempi siano maturi per rimettere in discussione Mother Monster e il suo ruolo attuale nel panorama musicale mondiale: a poche settimane di distanza dalla pubblicazione di Perfect Illusion, un singolo che ha soddisfatto a metà, sono ancora in molti a sostenere che brani come Bad Romance, giusto per fare un esempio, costituiscano l’apice di una carriera che volenti o nolenti è comunque piuttosto straordinaria. Personalmente, non potrei trovarmi più d’accordo.

Nonostante il primo ascolto del successivo Born this way fu altrettanto fulminante (tralasciando la gigiona title track, credo che tutti ci ricordiamo le reazioni a caldo per Heavy Mental Lover, Scheiße, Americano o Bloody Mary) Monster aveva in sé quel non so che di acido e malato che era scontato dire mi avrebbe fatto impazzire. Il bello, fra l’altro, è che il risultato è stato raggiunto con appena 8 tracce, a dimostrazione che spesso e volentieri non serve a un cazzo sbrodolare, riempiendo così uno spazio con almeno 6 o 7 evitabili canzoni.

Quando Monster uscì (era il 2009) Lady Gaga era ancora la diva trasformista per eccellenza, sempre pronta a stupire con un outfit più estremo dell’altro: l’album rappresentò, fra le altre cose, un modo per tirare fuori quel mostro (la fama, sostanzialmente) che la tormentava ma che allo stesso tempo le dava linfa vitale, erano sostanzialmente i tempi in cui appariva come un’elegante aliena bianca ai Brit Awards o in cui si esibiva, vestita come una Regina Vittoria Sci Fi, di fronte a Queen Elizabeth II. Era tutto più bello, più spregiudicato, senza filtri.

Si parlava dunque, di Bad Romance: ci troviamo di fronte a quella che è probabilmente la perla dell’album, con quell’elettronica straniante e cacofonica in stile Sir Cornelius Rifo e un testo devastante (“voglio la tua bruttezza, la tua malattia, voglio tutto di te, soltanto se è gratis”) dedicata ad una relazione tanto distruttiva quanto totalizzante. Un amore vero, di quello che ti devasta e non ti fa dormire la notte, altro che un’illusione perfetta.

Il resto del disco è costruito su melodie pop (quasi) perfette, metafore, ritmi sincopati ed elettronica, un mix allucinante (in senso positivo) che racchiude in sé alcuni fra i brani più interessanti degli ultimi 10 anni. La storia di Gaga e del suo mostro interno (ed esterno) viene dunque raccontata con una raffinatezza ma anche con un’efficacia rara: c’è la dedica agli amici omosessuali (senza però mai pronunciare la parola “gay”) nell’iconico capolavoro Alejandro, c’è la relazione cannibale di Monster, l’amore che ti lascia senza fiato nella clamorosa ballad Speechless, c’è l’electro dell’inno da stadio Dance in the dark, a tre quarti di strada dai Pet Shop Boys e ad un quarto da Bjork.

La tripletta che chiude l’album è sostanzialmente un ottovolante, se mi concedete questo bizzarro paragone: si parte molto alti con la potenza di Telephone insieme a Beyoncè, pezzo aggressivo e pop al 100%, si cala un pochino con So Happy I Could die (sembra uno scarto di The Fame) e si torna a salire, stavolta di brutto, con l’incredibile Teeth, che concentra in sé l’aggressività e la morbosità che impregna tutto l’album.

Monster è in effetti un disco sanguigno, a tratti quasi animalesco, ma è soprattutto un album molto più dark di quanto non ci vogliano far credere i motivetti apparentemente facili presenti al suo interno: raccontando la sua necessità di raccontare un disagio interiore, forse derivante da un fama improvvisa e di gran lunga superiore alle aspettative, Lady Gaga è riuscita a scavare nella propria interiorità, personale e musicale, tirando fuori alcuni dei pezzi più spettacolari di tutta la sua carriera. Quando si dice che è dalla merda che nascono i fiori.

 

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Tracklist

Bad Romance
Alejandro
Monster
So Happy I Could Die
Speechless
Dance in the Dark
Telephone
Teeth

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