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The Show Must Go On

Un venerdì sera come tanti. Il rock ti appassiona fin da quando sei piccolo, fin da quando tuo padre ti faceva ascoltare il vinile di Dark side of the moon o la cassetta di Nevermind dei Nirvana. Il tuo destino è in un certo senso segnato, ma tu ancora non ne sei consapevole. Il gruppo che aspetti da mesi torna finalmente nella tua Parigi, ad un cambio e una dozzina di fermate di metro da casa, già ti pregusti il gusto acre della birra sulla lingua e percepisci l’odore di sudore del parterre. Ad un certo punto un colpo alla schiena, senti il sangue che scorre, capisci che non riuscirai a recuperare il cappotto nel guardaroba e che da quelle porte che ti stanno alle spalle non uscirai, mai più.

Sono passati 12 mesi esatti dalla strage del Bataclan di Parigi e non molto, in realtà, è cambiato nella capitale francese: nonostante la sicurezza sia stata rafforzata (i militari sono ovunque, molto più di prima) lo spirito dei parigini è rimasto invariato, fuori dai locali, nelle terrasses, la gente continua a sorseggiare calici di vino e a fumare sigarette, come se niente fosse successo. La città si è rialzata, ergendosi fiera come la Tour che tutto osserva, anche e soprattutto in funzione della musica. Il volume dei concerti, per fortuna, non è mai riuscito a farsi sovrastare, né dai singhiozzi di chi piangeva i propri cari né tantomeno dal rumore degli spari dei kalashnikov. Certo, ai responsabili del Bataclan è servito un intero anno (e diversi milioni di euro) per ricostruire gli angoli sfasciati dalle cinture esplosive e per ripulire le tavole del parterre dal sangue delle vittime (anche di quello della nostra Valeria Solesin) ma, nel frattempo, gli abitanti della città hanno avuto altre centinaia di possibilità di godersi dell’ottima musica dal vivo, in barba alle minacce, in culo al terrore.

A pochissimi giorni di distanza dalla strage del 13 novembre, gli U2 sono saliti sul palco dell’Accorhotels Arena (che tutti chiamano ancora Bercy) per gridare, insieme agli Eagles of death metal, che le persone hanno il potere, che non ci fate paura; un mese dopo, Madonna è scesa dal piedistallo del suo Rebel Heart Tour per mescolarsi alla folla in Place de la République, intonando in acustico sotto la statua della Marianna (massima rappresentazione di libertà e giustizia) la canzone della redenzione di Bob Marley, la canzone della pace di John Lennon e infine la sua preghiera tutta pagana. Gli esempi di omaggi ad una città ferita, ma non piegata, da parte degli artisti nel corso degli ultimi mesi davvero non si contano.

Qualche settimana fa, per esempio, ho avuto la fortuna di assistere ad un live (i bravissimi Slaves, che non conoscevo) presso il Trabendo, a due passi da La Villette e di fianco alla Filarmonica di Parigi: non nascondo che fra un pezzo e l’altro, tra una birra e l’altra, ho avuto la sensazione che dopo tutto in quel momento fossimo tutti dei piccoli topolini in gabbia, almeno potenzialmente. Poi però ci ho ripensato, e sono giunto alla conclusione che non ci dovremmo lasciar condizionare da pensieri sporchi e malsani. Ci dobbiamo godere il momento: lo dobbiamo anche alle vittime del Bataclan, “colpevoli” di voluto assistere al concerto della loro band preferita.

Il 12 novembre il direttore del teatro Jules Frutos (che ha categoricamente escluso il ritorno degli EODM su quel palco maledetto) ha riacceso ufficialmente i riflettori sulla sua sala di concerti con il live di Sting, un evento simbolico non tanto  come celebrazione di chi non c’è più, quanto piuttosto come punto di partenza dal quale ricominciare: il live si è aperto non a caso con Fragile ma ha anche lasciato spazio al pubblico per cantare a squarciagola e battere le mani, sulle note di Roxanne (scritta proprio a Parigi), di Englishman in New York e Message in a bottle. The show must go on, dicono, e il Bataclan, Parigi, i suoi abitanti e gli artisti ci hanno dimostrato quanto questo principio debba sempre avere la precedenza, anche di fronte alla paura. Perché la musica, no, non si può e non si deve fermare.

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