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Solange – A seat at the table: la recensione di Ziomuro Reloaded

Delicatezza. La delicatezza è una qualità che a Beyoncé Knowles, sorella della molto meno celebre Solange, probabilmente non ha mai avuto. Potrà essere bravissima a cantare, a vendere dischi, a scatenarsi sul palco in mezzo a litri e litri d’acqua da schizzare addosso al suo pubblico, ma le è sempre mancata la capacità di mantenere un certo low profile che ogni tanto è giusto manifestare.

Al contrario, Solange Knowles è bene o male sempre rimasta in disparte, e a fronte dei gorgheggi soul della sorella si è sempre attenuta da ad uno stile più sobrio e in alcuni casi persino un po’ alternativo, com’è stato nel caso di A Seat at the table, il suo quarto studio album. Nessuna fanfara, nessuna schitarrata di Jack White, nessuna invettiva contro il marito o rivendicazione del suo ruolo di donna: Solange, nel suo ultimo viaggio discografico, ci invita a sederci ad un tavolo insieme a lei (mentre fuori cadono le prime foglie autunnali) e a discutere. Di che cosa, direte voi? Due sono i temi portanti del progetto: della musica soul dei tempi che furono e all’importanza dell’essere di colore negli Stati Uniti di oggi.

Non a tutti piacerà questo disco, particolarmente ai fan più popparoli di Beyoncé: per apprezzare appieno A Seat at the table bisogna infatti essere grandi appassionati di soul e R&B, particolarmente di quello che qualche anno fa ci proponeva Erykah Badu (della quale si sente una grande influenza) fatto di pezzi lenti, algidi e rarefatti. Ne sono un esempio i due singoli di lancio Don’t touch my hair e Cranes in the sky, ma in realtà tutto il disco è impregnato di un R&B d’antan di pregevole fattura. A impreziosire il progetto sono inoltre le tantissime collaborazioni presenti al suo interno: Solange suona meravigliosamente in compagnia di Q-tip (Bordeline è uno dei pezzi migliori del disco) ma anche di Lil’Wayne. rapper che quando vuole si sgrezza un pochettino e su un delicato pezzo soul ci sta come il cacio sui maccheroni.

Non è comunque un disco semplice, questo A seat at the table: a molti potrà suonare noioso, oppure troppo lungo (questa è una critica legittima, pezzi come Don’t wish me well, dal sound anni ’80, suonano un po ridondanti) ma c’è da dire che si rivolge ad un target completamente diverso rispetto a quello a cui ci ha abituati la famiglia Knowles. Consiglio dunque l’ascolto a tutti quelli rimasti delusi dal non avere ascoltato Single Ladies al Formation World Tour: ci sono un sacco di cose che potreste imparare da musica di questo tipo.

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Tracklist

01 Rise
02 Weary
03 Interlude: The Glory Is In You
04 Cranes In The Sky
05 Interlude: Dad Was Mad
06 Mad [ft. Lil Wayne]
07 Don’t You Wait
08 Interlude: Tina Taught Me
09 Don’t Touch My Hair [ft. Sampha]
10 Interlude: This Moment
11 Where Do We Go
12 Interlude: For Us By Us
13 F.U.B.U. [ft. The-Dream & BJ The Chicago Kid]
14 Borderline (An Ode To Self Care) [ft. Q-Tip]
15 Interlude: I Got So Much Magic, You Can Have It [ft. Kelly Rowland & Nia Andrews
16 Junie
17 Interlude: No Limits
18 Don’t Wish Me Well
19 Interlude: Pedestals
20 Scales [ft. Kelela]
21 Closing: The Chosen Ones

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