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Lady Gaga – Joanne: la recensione di Ziomuro Reloaded

Ci sono album che ti rendono la vita impossibile, quando hai la necessità di buttarci due righe sopra, in positivo e negativo: capita infatti che le canzoni siano talmente identiche le une con le altre da non permetterti di analizzarli in modo costruttivo, oppure che ci siano talmente tanti contenuti da far sì che persino una semplice introduzione possa risultare complicata. Joanne, il quinto disco di Lady Gaga, rientra decisamente nella seconda categoria.

Il disco, la cui genesi inizia idealmente un annetto fa, nonostante non sia esattamente un capolavoro vero e proprio, è senza ombra di dubbio uno degli album più sorprendenti degli ultimi mesi: non tanto perché i suoni che ci troviamo al suo interno siano rivoluzionari di per sé, quanto piuttosto perché mai nessuno si sarebbe aspettato che un’artista eclettica e LGBT friendly come Lady Gaga si sarebbe mai potuta permettere il lusso di abbandonare l’electro-pop facile e discotecara per dedicarsi, quasi interamente, al country e al folk. Una decisione rischiosissima ma azzeccata come non mai, perché le corde vocali dell’artista stanno al genere come il cacio sui maccheroni.

Abbandonati una volta per tutte i beat dance del buon RedOne (a cui va dato il merito di aver creato delle canzoni pop della madonna, da Bad Romance a Scheiße passando per Alejandro) Gaga si è affidata alle mani di Mark Ronson (il genio dietro Back to black della Winehouse, ma giusto per dirne una), di Kevin Parker dei Tame Impala, di Bloodpop (lo stesso di Sorry di Justin Bieber), delle chitarre di Josh Homme dei Queens of the stone age e infine della voce celestiale di Florence Welch per dare vita al progetto più ambizioso della sua carriera, che le permetterà di levarsi di dosso una volta per tutte l’etichetta di fenomeno da baraccone per little monsters in calore.

Interamente dedicato alla zia Joanne, scomparsa prematuramente, il disco contiene al suo interno 11 canzoni (più tre pezzi nella versione Deluxe) uno più godibile dell’altro, creano nel complesso un prodotto omogeneo e quasi privo di grosse cadute di stile e di pezzi riempitivi: questa in particolare è una qualità più unica che rara in un mondo dove alle artiste da classifica viene richiesto di raggiungere il numero minimo indispensabile di 10/11 pezzi, giusto per dare sostanza ad album tendenzialmente poveri e con un solo forte singolo di lancio.

Paradossalmente, è proprio il brano trainante dell’album, Perfect Illusion, ad essere quello fuori posto: nonostante le schitarrate e l’intro (magnifico) che strizza l’occhio al rock, il pezzo è in sostanza fatto di pop duro e puro, piuttosto ripetitivo, che non rappresenta quasi per nulla il resto dell’album. E per fortuna, direi, perché in Joanne ci sono delle perle da ammirare e ascoltare con estrema attenzione, meglio se con indosso un buon paio di cuffie.

Joanne si apre in maniera magistrale con il rock (ma dalla marcate venature pop) di Diamond Heart, senza dubbio uno dei pezzi migliori del disco, e specifica da subito  le sue intenzioni con A-YO, che nonostante abbia un riff già sentito (un discorso simile si può fare per Come to mama) è quanto di più distante ci saremmo mai potuti aspettare dallo stile di un’artista che solo tre anni fa pubblicava un album gigione come Artpop; ritorniamo poi ad atmosfere più pacate con Joanne, dedica accorata alla parente scomparsa, mentre su John Wayne “salgono sul palco” anche le batterie, degli ottimi bassi e le chitarre electro, anche se non sono questi i momenti più alti dell’album.

Se Dancing in circles può essere skippata, infatti, non lo stesso possiamo dire dei due piccoli capolavori che la seguono come Million Reasons e Sinner’s Prayer, rispettivamente una stupenda ballad d’amore che avrei visto benissimo suonata da Jack White e un pezzo pazzesco dallo spiccato sapore country-folk perfetto per la soundtrack di un film di Quentin Tarantino a caso. A lasciare a bocca aperta, ma davvero, è senza dubbio Hey Girl (con la Welch), un pezzo dall’incedere soul quasi Motown con un bridge da applausi dove le voci delle due artiste si mescolano per raccontare la storia di un’amicizia senza la quale a malapena potrebbero sopravvivere.

Tralasciando Angel Down, che non mi ha fatto impazzire in nessuna delle due versioni presenti, l’ultima perla del disco è Grigio Girls, un brano all’interno del quale Lady Gaga lascia scorrere le sue emozioni e le sue malinconie in compagnia di un’amica e di un buon bicchiere di Pinot Grigio, probabilmente nello stesso locale dove poco prima ci aveva dato la sensazione di essersi esibita.

Per presentare alcuni dei pezzi contenuti in Joanne, in effetti, Lady Gaga si è messa in viaggio per gli Stati Uniti alla ricerca dei più squallidi baretti di provincia, di quelli con le luci soffuse, le insegne al neon e le macchie di birra sul bancone di legno: la scelta, quantomai azzeccata, ha portato Lady Gaga a disfarsi, almeno stavolta, di panni glitterati e ormai ingombranti che, seppur idolatrati dal suo pubblico, non rappresentavano più le sue intenzioni artistiche. Spogliata da inutili fronzoli, Lady Gaga si presenta finalmente al mondo com’è davvero, un’artista con una voce e un talento rari, capace di fare un passo indietro e mettersi in gioco (e a nudo) nonostante le richieste del mercato. Il significato vero della musica, che in molti purtroppo dimenticano troppo spesso, dovrebbe essere esattamente questo.

lady-gaga-4

Tracklist

Diamond heart

a-yo

Joanne

John wayne

Dancing in circles

perfect illusion

Million reasons

Sinners’s prayer

Come to mama

Hey girl feat. Florence Welch

Angel down

Deluxe version

Grigio Girls

Just Another Day

Angel Down (Work Tape)

 

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