Cos’è successo dopo che ho intervistato Nek

L’altra sera ho fatto un po’ di fatica a prendere sonno. Non perché avessi chissà quali grilli per la testa, anzi, semplicemente ci ho messo più del solito per crollare fra le braccia di Morfeo. Come succede in queste occasioni, la mia testa ha iniziato a rivangare nel passato, stavolta recente, e a quella volta che ho intervistato Filippo Neviani in arte Nek.

Ricordo molto bene quel giorno, anche perché non è stato molto tempo fa: l’artista presentava in un locale milanese, dove non ero mai stato, il suo ultimo disco Unici, che noi “giornalisti” (le virgolette sono dedicate al sottoscritto) abbiamo avuto modo di ascoltare in anteprima prima di incontrarlo. L’atmosfera, come sempre in queste occasioni, era rilassata, tranquilla, si è parlato di musica, di sogni e aspettative future, ci siamo bevuti un calice di vino raccontandoci come stavano andando le cose, cosa ne pensavamo del disco. Insomma, il più classico degli incontri con la stampa milanese.

Poco meno di due settimane dopo mi ritrovavo, per la sesta volta nella mia vita, a prendere un volo (e successivamente un autobus) che mi avrebbe riportato nel 77esimo département di Parigi (ad una quarantina di km dalla capitale) fra le stradine alla Truman Show che l’imperatore Mickey Mouse è riuscito a creare negli ultimi 25 anni. Tre, quattro paeselli intorno a Disneyland venuti su dal nulla, quando prima c’era solo campagna, per ospitare i circa 15.000 cast member del parco, me compreso, all’interno di residence molto “basic” ma dopo tutto accoglienti. Questa volta, contrariamente alle altre, non avrei lavorato nel grande Emporio all’entrata del parco ma nel negozio di caramelle proprio di fronte, lo sfavillante Candy Palace.

Era la prima volta che cambiavo negozio e, come mio solito, sono subito entrato nel panico: la boutique faceva parte di un blocco che includeva due negozi di vestiti, uno di souvenir e fotografie e, appunto, il negozio di caramelle, che al suo interno aveva anche una piccola cucina, dove sarei finito a lavorare in diverse occasioni. Poco prima di partire, alcuni amici mi avevano avvisato, sarei di certo finito a fare le barbe-à-papà, lo zucchero filato rosa che tanto piace ai bambini (e non solo): ci avevo sperato fino alla fine, ma purtroppo quell’inquietante profezia si è poi effettivamente avverata.

Due settimane prima chiedevo a Nek (secondo posto a Sanremo 2015, coach ad un programma come Amici, migliaia di copie alle spalle) da dove fosse nata l’ispirazione che l’aveva portato a comporre un album tanto immediato e commerciale; due settimane dopo mi ritrovavo con una camicia multicolor, un grembiule, occhiali e maniche protettivi, fastidiosissimi guanti e una bacchetta di legno in mano a preparare zucchero filato che peraltro non mi riusciva mai perché io non ho manualità e il commesso l’ho sempre fatto per disperazione. C’è stato un giorno in cui le “barbe” proprio non mi riuscivano, erano tutte talmente storte da cadere e mi toccava ricominciare da capo, mentre la fila si allungava, i clienti si spazientivano e i miei colleghi usa e getta mi lanciavano occhiate di fuoco. Dare vita ad un bello zucchero filato, grosso, a punta, dritto, è molto più difficile di quello che potreste pensare

Nel frattempo, a Milano, la vita procedeva tranquilla, come sempre: le agenzie di comunicazione continuavano a scrivere libri per adolescenti senza talento; le mafie creavano GIF virali che finivano, incredibile ma vero, all’interno di uffici social convinti di fare un ottimo lavoro; i giornalisti musicali più in vista elargivano lodi incondizionate ad ex Amici e artisti dalle dubbie qualità ma dal pubblico fedelissimo, e di conseguenza intoccabili. Tutto regolare.

Mi sono dato altri due mesi prima di lasciare l’Italia, per vedere quello che una città come Milano può ancora offrire ad una persona come il sottoscritto, che non scende a compromessi e che praticamente non ha contatti, ma che in fondo pensa di avere un minimo di talento, o se non altro un po’ di passione. Questo, beninteso, non è il classico rantolo lamentoso di un giovane italiano deluso, ma è una lucida considerazione di una condizione, se non altro, piuttosto bizzarra.

In effetti, è piuttosto assurdo pensare che sono la stessa persona che è riuscita ad intervistare Nek e poco dopo a servire dolcetti in pasticceria nel più grande parco di divertimenti in Europa. Per quanto possa essere umanamente degradante per un laureato con esperienza girare una bacchetta con dello zucchero intorno, come i giostrai in fiera, trovo che sia comunque un’attività molto più dignitosa di tutta la merda che ogni giorno mi tocca leggere in giro, soprattutto su Twitter e sul web più in generale.

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