Grammy 2017: commenti sparsi sulle nomination

Partiamo da un tweet molto interessante ed acuto:

Le nominations ai Grammy 2017 (qui la lista completa) ci hanno in effetti fatto venire diversi dubbi sull’effettiva validità di una premiazione che, nel corso degli anni, ha perso piano piano rilevanza e soprattutto credibilità. Appena i nominati sono stati annunciati, giusto per farvi capire, ho ricevuto un messaggio vocale su WhatsApp da un’amica che mi diceva “ma seriamente Bieber è stato nominato per il miglior disco dell’anno?”.

I Grammy, contrariamente al corrispettivo cinematografico degli Oscar, sono ormai da tempo niente di più e niente di meno che un riflesso di ciò che accade in classifica e, spesso, servono come ulteriore trampolino di lancio promozionale per artisti che hanno bisogno di un’ulteriore botta di visibilità.

Nel caso dell’edizione 2017, per esempio, ad avere bisogno di un po’ di pubblicità, fra gli altri, dovevano essere i Lukas Graham, una band danese uscita fuori dal nulla con due singoli (7 years, Mama Said) piacevoli ma dopo tutto mediocri con i quali però la relativa casa discografica sta evidentemente cercando di conquistare il mondo. C’è però di peggio, molto di peggio, nelle nomination di quest’anno.

La terribile Stressed Out dei Twenty One Pilots, una canzone che personalmente mi fa venire l’orticaria, è nominata nientemeno che per la categoria Record of the year, al pari di Work di Rihanna feat. Drake; in parallelo, nella categoria Song of the year (che premia, in sostanza, il songwriter) troviamo fra gli altri Mike Posner, quello che ha scritto di essersi fatto di ecstasy ad Ibiza per poter sostenere una notte di tropical dance.

Se questo non bastasse, Demi Lovato, molto brava a cantare ma totalmente anonima da un punto di vista musicale, è attualmente in lizza per il Best Pop Vocal Album grazie a Confident, un disco dozzinale che avrebbe davvero potuto cantare qualunque Jessica Simpson a caso; nella categoria Best Rock album, infine, troviamo un’oscenità come California dei Blink 182 (RECENSIONE), nominato a discapito di un bruttino ma pur ascoltabile The Getaway dei RHCP (RECENSIONE).

Assente totalmente ingiustificato, inoltre, il buon Zayn Malik, che pur non essendo (a ragione) fra i 5 Best New Artist, è assente da qualunque altra categoria nonostante il suo disco d’esordio Mind of Mine sia un piccolo capolavoro electro/r&b.

A giocarsi la vittoria per le categorie più ambite ci saranno due dischi, obiettivamente, della madonna: da un lato Lemonade di Beyoncé, dall’altro 25 di Adele, rappresentazioni massime del meglio che il soul e il pop attuale sono in grado di regalarci. Visto e considerato l’andazzo è possibile (ma non certo) che i Grammy incoroneranno Beyoncé, per l’ennesima volta, come regina indiscussa dei premi, e alla fine andrà bene così. Il vero problema è che molte delle altre nomination (e dei possibili vincitori) sono a dir poco vergognose e più che dar merito alla vera qualità musicale riflettono un mood superficiale e da classifica che ormai fatichiamo ad accettare persino nei costruitissimi award shows Made in Mtv.

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