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Metallica – Hardwired…to self-destruct: la recensione di Ziomuro Reloaded

Non mi è mai stato particolarmente chiaro perché la gente si appassioni così tanto al metal e riempia le arene ogni volta che un gruppo del calibro dei Metallica sale sul palco: ascoltando l’ultimo disco della band di James Hetfield, in effeti, devo dire che mi sono schiarite le idee.

Ci sono voluti ben 8 anni affinché i Metallica tornassero in studio a registrare del materiale inedito, anche se ad essere precisi la genesi del disco è da riferirsi all’ormai lontano 2011, quando il bassista Robert Trujillo aveva anticipato che la rock band era in procinto di registrare qualcosa di nuovo: il processo, particolarmente lungo, ha portato alla creazione di un disco (il primo senza i testi di Kirk Hammett) che da molti punti di vista suona già come un classico del suo genere.

Il thrash metal dei Metallica è infatti perfetto, pungente, composto da riff assassini e da chitarre elettriche impeccabili e clamorose, in grado di spingerti all’head bang in mezzo secondo: in funzione di tali presupposti, e con questo disco in particolare, il gruppo racconta in modo estremamente efficace storie a tratti mitologiche, a tratti mistiche, mescolando l’attitudine metallara con le leggende della notte dei tempi, in un mix musicale fra sacro e profano che al terzo, quarto ascolto ti conquista come niente.

Il disco si apre con il ritmo serratissimo (non poteva essere altrimenti, è l’unica canzone che dura appena 3 minuti secchi) di Hardwired, pezzo dedicato all’effetto, controverso, che il genere umano ha sul pianeta, un’eccezione in quanto per il resto incontriamo brani più lunghi e soprattutto ambiziosi: i Metallica raccontano il bisogno di rivincita citando la storia del sofferente Atlante in Atlas, Rise!, dell’amore appena deceduto ma pronto ad essere rincontrato nell’oscuro aldilà in Now That We’re Dead o ancora del problema della fama (Moth into flame) che da un momento all’altro ti può rendere cenere. Il tema del mito è poi ripreso in Dream no more, dove il mostro Cthulhu torna a terrorizzare il pianeta, ma anche in Man(Un)Kind, incentrata su un genere umano allo sbando (rappresentato da Adamo) e incapace di imparare dai propri errori. Hardwired to self-destruct, in mezzo a questo delirio trash metal, presenta infine anche una piccola chicca, l’omaggio citazonista al compianto Lemmy Kilmister dei Motörhead (Murder One) non a caso il pezzo più malinconico (si fa per dire) del progetto.

Il senso del disco viene infine riassunto dal pezzo conclusivo Spit Out the bone: noi esseri umani viviamo in un mondo dove l’hardware (le ossa) è molto più importante del software (il cuore, che serve unicamente a spargere sangue) e, poiché le macchine possono sostituirci in modo ormai quasi perfetto, siamo sostanzialmente già programmati per l’autodistruzione. Considerati i tempi che corrono e il gentismo dilagante, forse possiamo dire che visti da questa prospettiva  i Metallica hanno dato vita con Hardwired to self-destrct al loro disco più pop(olare)in assoluto.

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TRACKLIST
#1
01. Hardwired – (03:09)
02. Atlas, Rise! – (06:28)
03. Now That We’re Dead – (06:59)
04. Moth Into Flame – (05:50)
05. Am I Savage? – (06:29)
06. Halo on Fire – (08:15)

#2
01. Confusion – (06:41)
02. Dream No More – (06:55)
03. ManUNkind – (07:17)
04. Here Comes Revenge – (06:29)
05. Murder One – (05:45)
06. Spit Out the Bone – (07:09)

2 pensieri su “Metallica – Hardwired…to self-destruct: la recensione di Ziomuro Reloaded

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